I commenti della settimana – 22 Settembre

Maria Rosa Tabellini Partini

«Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». (Mc. 9, 35)

I poveri illuminati dalla luce dell’autentica sapienza non sono personaggi frequenti nella letteratura contemporanea. Non è raro incrociarli, invece, nella grande letteratura russa dell’Ottocento (dove, peraltro, non mancano nemmeno le figure diaboliche). Ne è un esempio la figura di Karataev, che compare nel romanzo “Guerra e pace” di Lev Tolstoj: si tratta di un incontro fortuito e a tutta prima marginale nel romanzo, che però segna il cambiamento di prospettiva nella vita del protagonista e rimane indelebile nella memoria del lettore.
Pierre, figlio illegittimo del ricco conte Bezuchon, è il protagonista del romanzo: giovane ricco e colto, spinto da impulsi contraddittori che oscillano tra gli ideali di uomo giusto e la frequentazione di bagordi di ogni tipo, Pierre si avvia a una profonda maturazione nel corso della guerra contro Napoleone. La svolta della sua vita è segnata dall’incontro con il soldato-contadino Platon Karataev. Fatto prigioniero, Pierre conosce il pio e sereno «ometto» in una misera baracca riservata ai detenuti. Qui Karataev, con la sua sorridente generosità e l’ingenua sapienza di povero contadino, non esita a condividere con l’aristocratico Pierre il suo pranzo: qualche patata lessa. È lo svelamento della ricchezza dello spirito che trova luogo nella povertà delle cose.
Qui di seguito, trascrivo il passo dal libro IV, cap. 12, che presenta l’incontro fra i due personaggi. Nella sua semplicità, mi pare si attagli bene alla esortazione evangelica a farsi servitori degli altri.
Maria Rosa Tabellini P.

[…] Accanto a lui sedeva, tutto curvo, un ometto, la cui presenza Pierre aveva avvertita da prima per il forte odor di sudore che esalava da lui a ciascuno dei suoi movimenti. Quest’uomo, nel buio, si faceva qualcosa ai piedi e, benché Pierre non lo vedesse in viso, sentiva che quell’uomo lo guardava fisso. Aguzzando gli occhi nell’oscurità, Pierre capì che quell’uomo si stava scalzando. […]
«Avete visto molte miserie, signore? Eh?» disse a un tratto l’ometto. E c’era una tale espressione di affetto e di semplicità nella voce melodiosa di quell’uomo, che Pierre volle rispondere, ma gli tremò la mascella ed egli si sentì le lacrime agli occhi. L’ometto, nello stesso momento, senza dare a Pierre il tempo di mostrare il suo imbarazzo, cominciò a parlare con la stessa voce simpatica.
«Eh, falchetto, non ti affliggere – disse egli con quella cantilena affettuosa con cui parlano le vecchie contadine russe –. Non ti affliggere, amico mio: si soffre un’ora e si vive un secolo! Ecco come la va, mio caro. E qui, grazie a Dio, viviamo senza troppi guai. Uomini ce n’è di buoni e di cattivi anche qui – disse egli e, mentre parlava ancora, con un movimento agile, si piegò sulle ginocchia, si alzò e, tossicchiando, se ne andò più in là –. Ah, birbantello, è tornato!». Dall’estremità della baracca Pierre udì la stessa voce affettuosa. «È tornato, birbantello, se ne ricorda…». E il soldato, respingendo da sé un cagnolino che gli saltava addosso, tornò al suo posto e sedette. Nelle sue mani c’era una cosa ravvolta in uno straccio. «Ecco, mangiate, signore – disse egli, rivolgendosi di nuovo a Pierre col tono rispettoso di dianzi e tirando fuori e offrendogli alcune patate lesse –. A desinare abbiamo avuto la zuppa. Ma le patate sono eccellenti!».
Pierre non aveva mangiato in tutto il giorno e l’odore delle patate gli parve insolitamente squisito. Ringraziò il soldato e si mise a mangiare.
«Perché mangi così? – disse il soldato sorridendo, e prese una patata –. Fa’ così». Tirò fuori di nuovo il coltellino a serramanico, tagliò sul palmo della mano una patata in due parti eguali, l’asperse di sale che prese nello straccio e la porse a Pierre.
«Le patate sono eccellenti – ripeté –. Mangia così».
Pareva a Pierre di non aver mai mangiato un piatto più gustoso. […]

(Da Lev Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. di E. Carafa d’Andria, Einaudi, Torino 1942)

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