I volontari di Bamako tornano in Italia

Ultimo giorno di operazioni, prima dei preparativi al rientro.

Questa mattina, lo staf medico ed il presidente dell’Associazione  “…a riveder le stelle…-Olus per l’Africa” dopo una lunghissima giornata di lavoro, i saluti ed i ringraziamenti ai medici ed infermieri “dell’Hòpital Mali Gavardod, Bamako – Koulikoro”, ove dal nulla hanno creato un ambulatorio oculistico ed addestrato personale locale, tornano in Italia.
Il giorno 18 Gennaio, mentre li accompagnavamo all’aereoporto di Fiumicino, noi autisti, “operai di supporto, rispettosi ed onorati”, abbiamo vissuto la loro gioia, i loro racconti le precedenti esperienze, anche drammatiche per le particolari condizioni ambientali, raccontate con la semplicità di un bambino felice.
Pur sapendo di essere solo una goccia nel mare dell’Africa, la convinzione che ne vale sempre la pena e nonostante la stanchezza, il loro personale arricchimento di qualcosa non quantificabile ed acquisito in profondità, sarà di sprone per noi tutti, che più o meno consapevoli e grazie alle esperienze di Ivo, sua moglie ed alla perenne “missione” di Don Sergio, abbiamo dato supporto alla Onlus.
Un ringraziamento particolare a Don Jean Joseph Fane, che a Bamako ha organizzato il trasporto delle apparecchiature all’Ospedale ed il soggiorno dei volontari. “UN ABBRACCIO CON ARRIVEDERCI PRESTO”

Gianluca, Chimena, Patrizia, Maria, Federica


Che dire: “BEN TORNATI”

Patrizia a caccia di zanzare
Dott. Gianluca Martone con il supporto di un medico locale

…e benvenuti a tutti coloro che vorranno far parte di questo gruppo

2 pensieri riguardo “I volontari di Bamako tornano in Italia”

  1. Caro Don Sergio,
    le vostre foto dall’Africa, la fatica, i sorrisi, sono un soffio di aria pura che ci viene da lontano, a illuminare la cupezza inquinata dei nostri giorni vicini.
    Mentre voi eravate laggiù, a organizzare, a collaborare, a operare con fatica ma certo con soddisfazione, noi qui abbiamo assistito sgomenti, oltre alle ormai troppo consuete tragedie del mare, a scenari di bambini tolti alle loro scuole, strappati a maestre e compagni che lamentano di non aver avuto modo nemmeno di salutarli. Deportati. Come siamo arrivati a tanto? Imbevuti di paure, ipocrisie, falsità. Lasciare che le persone scompaiano risucchiate nel cimitero del mare è forse togliere incentivo all’ingordigia degli scafisti? Impedire che dei bambini frequentino le scuole – le nostre scuole – è forse un rimedio contro la criminalità? Bruciare le povere cose di chi è costretto a una vita per strada, e lo fa con pudore e probabilmente con vergogna, è un atto di cui vantarsi? Ci dicono che è colpa della “crisi” che ha portato povertà. Ma che vuol dire? I “poveracci” non covano rabbia. Vedo piuttosto montare la rabbia e l’egoismo negli insoddisfatti, la competizione per i consumi spesso artatamente costruita, l’intolleranza non solo verso i “diversi”, ma verso tutto ciò che non rientra nel nostro limitatissimo perimetro. Certi comportamenti, financo certi pensieri più bassi, che fino a poco fa erano motivo di imbarazzo, sono diventati una sorta di bandiera da sventolare con orgoglio.
    So bene che non basta propagandare parole astratte come solidarietà, accoglienza, prescindendo dalla realtà: può essere addirittura controproducente, e ne paghiamo (tutti) lo scotto. È mancata la politica nel senso vero del termine: che non significa fomentare le bassezze, che tutti coviamo, pur di alimentare il consenso, ma proporre e realizzare alternative concrete a un modello sociale che inclina sempre più alla grettezza e all’insoddisfazione. Ma voi mostrate che il mantra “aiutiamoli a casa loro” non è un comodo slogan per simulare una sorta di ipocrita lungimiranza, sì piuttosto una concreta possibilità da mettere in pratica con umile tenacia. E anche, penso, con la consapevolezza che questa possibilità non vale per chi “casa loro” non ce l’ha o non ce l’ha più, ovvero per chi affronta consapevolmente il rischio di morire pur di fuggire da guerre o povertà (c’è chi distingue…).
    La vostra dedizione ci conforta. E tuttavia non solleva noi, che qui siamo rimasti, dal senso di colpa che assale quando si pensa: perché a noi tanto privilegio? Che cosa abbiamo fatto di buono, noi, per meritare di essere nati “qui” e non “là”? Di essere noi i “salvati” e non i “sommersi”? Prendo a prestito le parole di Primo Levi, e non a caso, data la coincidenza con la Giornata della Memoria, perché davvero l’esodo, se pur tanto diverso storicamente, non è cessato, e d’altronde nemmeno l’odio razzista, pare.
    Don Sergio, grazie. Grazie a tutti voi, perché ci fate vedere che esiste il mondo migliore, semplice, pulito, operoso, in cui avere fiducia.

    Maria Rosa Tabellini

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  2. Pur sapendo di essere solo una goccia nel mare dell’Africa, la convinzione che ne vale sempre la pena e nonostante la stanchezza, il loro personale arricchimento di qualcosa non quantificabile ed acquisito in profondità, sarà di sprone per noi tutti, che più o meno consapevoli e grazie alle esperienze di Ivo, sua moglie ed alla perenne “missione” di Don Sergio, abbiamo dato supporto alla Onlus.
    Aiutiamoli a casa loro, é solo un modo per placare la coscienza, “qualcuno ci penserà”. Chi evoca questa frase, dovrebbe semplicemente dire cosa intende fare per aiutarli a casa loro, altrimenti, senza un progetto concreto, sarebbe opportuno non deviare il senso di colpa, che colpisce molti di noi. (R.V.)

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