COMMENTO POETICO ALLE LETTURE DI DOMENICA 9 AGOSTO – RIFLESSIONI DI FERRAGOSTO

Immergersi e camminare sull’acqua: l’esperienza di Ungaretti

«Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”» (Mt 14, 30).

Pietro, che è un pescatore e pertanto conosce le insidie delle onde, a un tratto perde la fiducia nel prodigio di cui lui stesso è protagonista mentre cammina sulle acque verso il Cristo, e comincia ad affondare tra le onde del lago sferzato dal vento. «Signore, salvami!»: com’è umana la sua paura!
Dei quattro elementi che la fisica antica considerava i componenti del cosmo – acqua, aria, terra e fuoco – solo uno appartiene all’uomo: la terra.
Affidarsi alle onde, infatti, a partire dall’Odissea, è stato sempre considerato come un azzardo pericoloso, se pur affascinante. Lo sa bene l’Ulisse di Dante, che, spinto dalla sete della conoscenza ma senza il sostegno della fede, viene inghiottito con tutta la sua nave da un turbine sorto dal mare, poco dopo avere avvistato una montagna che non sa (né saprà mai) essere la montagna del Purgatorio.
Anche quando il viaggio per mare diviene allegoria della vita umana, come in Petrarca, esso è costellato di rischi, e la nave del poeta è in costante balia dei marosi.
È solo a partire dall’Ottocento che il «naufragare» può esprimere una sensazione di sovrumana dolcezza: tutti abbiamo in mente la conclusione dell’Infinito di Leopardi: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Ma è soprattutto nel Novecento che il “naufragio” assume una connotazione salvifica.
È ciò che esprime Ungaretti in questa poesia formulata nei toni di una «Preghiera»:

G. Ungaretti

PREGHIERA
Quando mi desterò dal barbaglio della promiscuità
in una limpida e attonita sfera
Quando il mio peso mi sarà leggero
Il naufragio concedimi Signore
di quel giovane giorno al primo grido
(da Allegria di naufragi, 1919)

Dopo l’esperienza della guerra del 15-18, vissuta di propria volontà da soldato in trincea, perennemente a contatto con la morte, di continuo in viaggio attraverso gli inganni e la «promiscuità» della Storia, il poeta invoca il Signore perché gli conceda di risvegliarsi innocente in un nuovo giorno, libero dal proprio peso, in «una limpida e attonita sfera».
La poesia rappresenta pertanto non più la realtà immediata della trincea, ma la speranza in un rinnovamento che appare come il recupero di un tempo originario, «giovane», non intaccato dall’orrore del male.
Il rinnovamento si attua per il poeta appunto nel «naufragio» che permette di riapprodare all’innocenza, abbandonando la propria individualità e la dimensione angosciante dell’attimo presente. In uno scritto di stampo filosofico dal titolo Innocenza e memoria, Ungaretti aveva scritto:
«Il nostro attimo di tempo non è perduto nell’eternità, è una goccia nel gran fiume».
Il poeta, che era nato ad Alessandria d’Egitto, aveva dimestichezza con l’acqua, coi porti, coi fiumi.
E l’esperienza dell’immersione, così come quella del “camminare sull’acqua”, non gli era insolita: nella poesia I fiumi, ripensando a un bagno mattutino nell’Isonzo, in un momento di riposo dalla guerra, si rappresenta nell’atto di camminare «come un acrobata / sull’acqua». Sono evocazioni che rimandano al senso di sacralità cui il poeta aspira in nome di una generale condizione di armonia.

La poesia Preghiera, scritta nel 1919, chiude la raccolta Allegria di naufragi, ma fu rivista dal poeta per l’ultima edizione del libro, uscito nel 1931 col titolo cambiato in L’Allegria a sottolineare il tema dell’energia vitale.  Preghiera segna quindi il congedo dai “versicoli” spezzati che avevano contraddistinto la prima stagione poetica ungarettiana: i versi adesso si ricompongono in modo regolare, preannunciando il “secondo tempo” della poesia di Ungaretti. In questa prospettiva “a posteriori”, la lirica suona anche come una sorta di anticipazione della conversione – o, meglio, del recupero – di Ungaretti alla dimensione religiosa: il «naufragio» permette all’individuo di sentirsi «goccia nel gran fiume», in cui può rigenerarsi per riprendere il cammino, ma, questa volta, sorretto dalla fede.

Maria Rosa Tabellini

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