COMMENTO ALLA LITURGIA DI DOMENICA 11 Ottobre 2020 di Maria Rosa Tabellini

BANCHETTI MESSIANICI, BANCHETTI LETTERARI

Il profeta Isaia esprime nell’immagine del banchetto (Is 25, 6-10) la pienezza della vita in gloria di Dio, e anche nelle parabole di Gesù (in particolare in quella che si legge in Matteo 22, 1-10) banchetti e pranzi di nozze sono presentati come prefigurazioni messianiche che alludono al regno dei cieli. Nella storia della letteratura, il tema del banchetto è un archetipo che si riscontra fin dai poemi omerici, e si può dire che non ci sia grande opera letteraria che non contenga un momento conviviale dal significato particolare nello svolgimento della vicenda: da Don Chisciotte I promessi sposi la tavola imbandita è più volte presente, per non parlare della Recherche di Proust, in cui tutto ha inizio proprio da un paffuto dolcetto (la madeleine) inzuppata nel tè.
Talvolta il banchetto diviene addirittura argomento esclusivo della narrazione: è il caso del racconto Il pranzo di Babette di Karen Blixen, in cui lo spirito e la carne si ritrovano a condividere la stessa mensa.


Babette, un tempo famosa cuoca nei ristoranti migliori di Parigi, esule dalla Francia ai tempi della Comune parigina (1871), si rifugia in Norvegia, dove viene accolta come cuoca da due sorelle, una volta belle ma ormai attempate, figlie di un venerato pastore protestante ormai defunto, che ha fondato una piccola setta nel villaggio di Berlevaag incassato tra i fiordi. Dopo alcuni anni, impiegando una grossa somma di denaro vinta a una lotteria, Babette imbandisce per gli ascetici fedeli un pranzo sontuoso per celebrare la memoria del padre delle sue anziane ospiti. Dopo l’iniziale diffidenza, il cibo cucinato e servito con amore da Babette, aiutata da un ragazzo reclutato per l’occasione, ottiene il miracolo di ricondurre gli anziani invitati all’antica leggerezza infantile.
Qui di seguito, sono raccolti alcuni passi del racconto incentrati sul momento clou del pranzo, cui intervengono gli austeri «Fratelli» e le «Sorelle» della piccola comunità religiosa, abituati fino a quel momento a considerare disdicevole l’argomento “cibo”. Questo piccolo “assaggio” della scrittura della Blixen è un concentrato di intensità e di delicatezza insieme. (Maria Rosa Tabellini)

Babette aveva messo una fila di candele in mezzo alla tavola, e quelle fiammelle brillavano contro le giacche e le vesti nere, e contro l’unica uniforme scarlatta, e si riflettevano nei chiari occhi umidi.[…] Alla parola “cibo” gli ospiti, con le loro vecchie teste chine sulle mani giunte, ricordarono che s’erano giurati di non pronunciar parola su quell’argomento, e in cuor loro rafforzarono il voto: non gli avrebbero neppure dedicato un pensiero! […]
Il ragazzo di Babette colmò un bicchierino di fronte a ogni membro della comitiva. Essi lo portarono alle labbra, gravi, a conferma della loro risoluzione.
Il generale Loewenhielm, che sospettava un poco di quel vino, ne bevve un sorsetto, sussultò, sollevò il bicchiere prima all’altezza del naso e poi degli occhi, e lo posò poi, sbalordito. “Che strano!” pensò. “Amontillado! E del miglior Amontillado che mai abbia assaggiato.” Dopo un attimo, per mettere alla prova le reazioni del suo gusto, prese una mezza cucchiaiata di minestra, poi una cucchiaiata piena, e posò il cucchiaio. “È veramente strano!” disse a se stesso, “perché sto certamente bevendo brodo di tartaruga… e che brodo di tartaruga!” Fu preso da uno strano panico e si vuotò il bicchiere. […] Spesso quelli di Berlevaag, durante un buon pasto, sentivano un po’ di peso allo stomaco. Quella sera non fu così. I convitati si sentivano alleggerire di peso e di cuore più mangiavano e più bevevano. Non ebbero più bisogno di ricordare a loro stessi il giuramento. Si resero conto che, quando l’uomo non ha solo totalmente dimenticato ma anche fermamente respinto ogni idea che riguardi il mangiare e il bere, allora sì che mangia e beve nel giusto stato d’animo. […]
Niente di ciò che accadde più tardi nella serata può essere riferito qui in modo preciso. Nessuno degli ospiti ne serbò, poi, un chiaro ricordo. Sapevano soltanto che le stanze si erano ricolmate di luce celeste, come se innumerevoli piccoli aloni si fossero mischiati in un’unica e radiosa luce di gloria. Vecchi taciturni ricevettero il dono della parola, orecchi che per tanti anni erano stati quasi sordi si aprirono per ascoltarla. Il tempo stesso s’era diluito nell’eternità. Molto dopo la mezzanotte le finestre di quella casa brillavano come oro, e canti dorati ne sgorgavano fuori nell’aria invernale. […]
Quando, alla fine, la compagnia si sciolse, non nevicava più. La città e le montagne erano immerse in uno splendore bianco che nulla aveva di terreno e il cielo era illuminato da migliaia di stelle. In strada la neve era così alta che si stentava a camminare. Gli ospiti della casa gialla ondeggiavano, barcollavano, cadevano bruscamente a sedere o a faccia avanti e carponi ed erano coperti di neve, come se i loro peccati fossero stati davvero lavati sino al candore della lana, e in questo riconquistato aspetto d’innocenza saltellavano come agnellini. Per ognuno di loro era gran felicità essere diventati come bambini, ed era anche uno spasso benedetto osservare vecchi Fratelli e vecchie Sorelle, che si erano sempre presi tanto sul serio, travolti da questa celestiale seconda infanzia. Inciampavano e si rialzavano, proseguivano o restavano immobili, tenendosi per mano fisicamente quanto spiritualmente, eseguendo a momenti la gran catena di una beata danza di lancieri.

(da Karen Blixen, Il pranzo di Babette, trad. it. di P. Ojetti, Feltrinelli, Milano 1962)

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