Don Benedetto Rossi – Appunti dalla relazione alla 2 giorni biblica 2020 – Discorso sulle parabole: INSEGNAVA LORO MOLTE COSE CON PARABOLE (Mc 4,2) I^ Scheda

Dal Centro Pastorale ci vengono inviate le relazioni della 2 giorni biblica.
Carissimi,trovate in allegato le relazioni di cui alla “2Giorni Biblica diocesana” e due schede esplicative sul Vangelo di Marco che ci accompagnerà per tutto il prossimo Anno Liturgico.

(Mc. 4,2) Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».

Don Benedetto Rossi – Appunti dalla relazione alla 2 giorni biblica 2020
Premesse:

– Non confondere la parabola con l’allegoria: la parabola deve servire a scoprire il nesso fra due realtà, individuare il punto focale, senza lasciarci distrarre dagli elementi di contorno che non vanno interpretati singolarmente; nell’allegoria invece i singoli elementi, oltre ad avere un significato unitario, hanno un valore individuale.

Le parabole non sono un sussidio didattico! Non servono a tenere viva l’attenzione. Non sono un trucco pedagogico, non servono ad un insegnamento precedente per chiarirlo. Sulla bocca di Gesù non hanno questo aspetto, ma contengono l’annunzio.

– La parabola non si pone sul piano del reale, ma del possibile, non è un divertimento, ma stimola ad agire.

Caratteristiche delle parabole evangeliche:

1. concretezza (partono dall’uomo, dal suo mondo familiare, lo prendono da dove vive, ma per portarlo altrove)

2. inadeguatezza (il linguaggio della vita quotidiana è inadeguata a esprimere il Regno di Dio, anche se i due ambiti sono in relazione)

3. allusività (le parabole fanno intravedere per immagini il mistero, spingono ad andare più avanti, a cercare)

4. ambiguità (rischiarano, ma anche oscurano, offrono risposte, ma suscitano domande, illuminano chi il cuore aperto, ma lasciano il dubbio in chi ha il cuore appesantito)

5. invito a pensare (il credente è sollecitato a pensare, la parabola non è riposante, rassicurante, fine a se stessa)

6. invito ad agire (il seguace non si accontenta di riflettere, ma prende decisioni).

Il discorso è comune ai tre sinottici e attraverso le sei parabole Marco conduce a comprendere il senso di tutte le parabole.

Il contesto in cui vengono pronunciate è la terza scena del vangelo in cui si mette in luce l’insegnamento di Gesù che evidenzia l’incompatibilità tra lui e i suoi nemici (diversa idea di Dio, della Legge…): molta gente lo cerca ma per motivi esteriori, pochi si decidono per lui, cresce l’inquietudine e il dubbio (anche in Giovanni Battista) sul comportamento di Lui che rifiuta di essere il giustiziere di Dio, pur manifestando il potere che Dio gli ha dato.

Ora Gesù fa chiarezza.

Le prime tre parabole sono legate dall’immagine del seme, considerata da tre angolature diverse.

La prima si apre con l’invito accorato all’ascolto-obbedienza (Ascoltate!) e si chiude con l’esortazione finale a intendere, che è una prosecuzione dell’ascolto, un impegno a continuare a cercare per comprendere.

All’insuccesso sono dati 4 vv, uno solo al successo.

Qual è il fuoco della parabola? La semina! Non ci proietta verso il futuro del raccolto, ma verso il presente della semina, del suo apparente insuccesso, conflittualità. Non è la parabola degli esiti finali, ma del presente, della semina.

Il Regno di Dio è la semina, non è come quello finale atteso dagli ascoltatori, è Lui il seminatore: Colui che semina è uscito (dal Padre) per questo. Il suo compito è quello del seminare, ciò che conta non è ciò che semina, ma il gesto; questo è il senso: chi ascolta scopre alla fine di essere la terra che deve fare i conti con il seme e i discepoli scoprono che da pescatori devono farsi seminatori.

Il seminatore non sceglie il terreno! Se noi credenti ricordassimo che non sta a noi fare una mappa dei terreni, a fare un inventario della possibilità, potremmo imparare a sprecare la semente, a compiere numerosi gesti “inutili”.

Non dimentichiamo che il seme è la Parola, che la Parola ha la forza di aprirsi un varco nel terreno battuto, sfaldare le rocce… la Parola è creatrice anche del terreno, basta lasciarla fare, sa trasformare un cuore di pietra in un cuore di carne.

La semente è perduta solo quando rimane nelle mani chiuse di un seminatore ragionevole, che non esce per non mettere in pericolo la parola, che non si accorge invece che si deve mettere in pericolo il terreno; questa parabola non è ben compresa da chi si limita ad analizzare i vari tipi di terreno, a fare l’inventario dei risultati consolanti, ma da chi centra sulla figura del seminatore, sul suo gesto pazzo; non interessa sapere come va a finire, se le disavventure saranno compensate, è la parabola del lieto inizio, di colui che ascolta perché comprende, intende, tende a Lui… prima ci si converte e poi si capisce.

Nel regno di Dio non c’è spreco, non si può risparmiare, è spreco solo per chi ragiona secondo i calcoli meschini degli uomini, in realtà in Dio c’è solo ricchezza di ostinazione e di fantasia: Dio non pretende un futuro ad ogni gesto, una ricompensa ad ogni fatica… si dona senza risparmio.

Alla gente Gesù parla in parabole, ai suoi dà spiegazioni, ma solo perché loro hanno deciso di stare con Lui, e così comprendono il suo linguaggio.

Le parabole non tracciano una linea di separazione tra dotati intellettualmente e idioti, ma tra credenti e non credenti, tra coloro che si irrigidiscono e coloro che si abbandonano. Anche i discepoli certe volte non comprendono, comprenderanno dopo la Pasqua.

Le due congiunzioni affinché – perché probabilmente non esprimono la volontà di Dio, ma gli atteggiamenti di coloro che scelgono di stare fuori; indicherebbe quindi la consequenzialità di una scelta; sarebbe da tradurre quindi non perché non si convertano, ma a meno che non si convertano.

Qualcuno può essere di fuori perché è rimasto troppo a lungo dentro, per abitudine, sicurezza, ci si mette fuori da noi stessi.

Coloro che non vedono e non comprendono sono coloro che non hanno più niente da comprendere, c’è chi ha paura di entrare e chi si muove disinvoltamente dentro. L’opposto di chi è fuori non sono quelli che stanno dentro, ma quelli che sono con Lui, Lui che tra l’altro esce continuamente…

(Mc. 4,21-25) 21 Diceva loro: «Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? 22 Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. 23 Se uno ha orecchi per intendere, intenda!».
24 Diceva loro: «Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più. 25 Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Le due parabole della lampada e della misura (Mc 4,21-25) annunciano che il Regno è qualcosa di nascosto che non tutti conoscono, anzi è Lui la lampada, venuto per illuminare. Ma è necessario prestare attenzione a ciò che si ascolta; il profitto è proporzionale all’attenzione, ma il dono non è subordinato alla capienza del recipiente, anzi viene dato anche più di quanto è possibile contenere. Però non sono possibili vie di mezzo: chi ha una disponibilità totale riceve il dono totale, mentre chi ha una disponibilità parziale perde tutto.

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