Voci Parrocchiali

mariarosa tabellini
 

La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele (dalla lettera di san Paolo ai Tessalonicesi)

La “Fede” di Trilussa, commentata e corretta da papa Luciani

Trilussa
La fede

Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me persi in mezzo ar bosco,
me disse: – Se la strada nu’ la sai,
ti ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima dove c’è la Croce… –
Io risposi: – Sarà… ma trovo strano
Che me possa guidà chi nun ce vede… –
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: – Cammina! – Era la fede.

A Trilussa, idealmente, si rivolgeva papa Luciani, in questa sorta di lettera che appartiene alla raccolta “Illustrissimi”: è uno scritto del 1971, quando ancora Albino Luciani non era stato eletto al soglio pontificio. Eccone uno stralcio:

Caro Trilussa,
Ho riletto la poesia melanconicamente autobiografica, in cui racconti di esserti sperso, di notte, in mezzo al bosco, e lì incontri una vecchietta cieca, che ti dice: “Se la strada nun la sai, te ciaccompagno io, che la conosco!” Sorpresa tua: ” Trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede”.
Ma la vecchietta taglia corto, ti piglia la mano e ti intima: “Cammina.” È la fede. Sono d’accordo in parte con te: la fede è davvero una buona guida, una cara e saggia vecchietta che dice: metti qui il tuo piede, prendi questo sentiero che sale. Ma ciò succede in un secondo momento, quando la fede ha ormai messo radici come convinzione nella mente e di là pilota e dirige le azioni della vita.
Prima, però, la convinzione deve formarsi e piantarsi nella mente. E qui, caro Trilussa, sta oggi la difficoltà, qui il viaggio della fede si rivela non la patetica passeggiata sulla strada del bosco, ma un viaggio a volte difficile, talora drammatico e sempre misterioso.
È già difficile, intanto, aver fede negli altri, accettando, sulla parola, le loro asserzioni. Lo scolaro sente dire dal professore che la terra dista dal sole 148 milioni di chilometri. Vorrebbe controllare, ma come? Si fa coraggio e aderisce con un volitivo atto di fiducia: “Il professore è onesto ed informato, fidiamoci!”.
Una madre narra al suo figliolo di anni suoi lontani, di sacrifici sostenuti per proteggerlo, guarirlo e conclude: “Mi credi? E ricorderai quanto ho fatto per amor tuo?”. “Come posso non crederti?, risponde il figlio, e farò quanto posso per non essere indegno dell’amore che mi hai portato!”. Questo figliolo oltre che fiducia, deve far nascere in sé, per sua madre, anche tenerezza e amore; solo così possono venire uno slancio di dedizione e un impegno di vita.
La fede in Dio è qualcosa di simile: è un sì filiale, detto a Dio, che racconta a noi qualcosa della propria vita intima: sì alle cose narrate e insieme a Colui che le narra. Chi lo pronuncia deve non solo avere fiducia, ma anche tenerezza e amare e sentirsi piccolo figlio, ammettendo: Io non sono il tipo che sa tutto, che dice l’ultima parola su tutto, che verifica tutto.
Magari sono abituato ad arrivare alla certezza scientifica con la verifica più rigorosa di laboratorio; qui, invece, devo accontentarmi di una certezza non fisica, non matematica, ma di buon senso o di senso comune.
Non solo: affidandomi a Dio, so che devo accettare che Dio possa invadere, dirigere e cambiare la mia vita. Nelle “Confessioni”, caro Trilussa, Agostino è ben più concitato di te nel descrivere il suo viaggio alla fede. Prima di dire il suo sì pieno a Dio, la sua anima rabbrividisce e si torce in conflitti penosi. Di qua c’è Dio che lo invita, di là le antiche abitudini, “le vecchie amiche”, che lo “tirano dolcemente per il suo vestito di carne” e gli sussurrano: “Tu ci congedi? pensa che dal momento in cui ti avremo lasciato, quella cosa non ti sarà più permessa e quell’altra neppure, e per sempre!”.
Dio lo spinge a fare presto e Agostino implora: “Non subito, ancora un momento!”. E continua settimane intere nell’indecisione, nel contorcimento interno, finché, aiutato da una spinta potente di Dio, prende il coraggio a due mani e si decide.
Come vedi, Trilussa, nel dramma umano della fede, si inserisce un elemento misterioso: l’intervento di Dio. Paolo di Tarso l’ha provato sulla strada di Damasco e lo descrive così: quel giorno, Signore, “mi hai ghermito”: “colla tua grazia sono quello che sono”.

(dalla redazione di Il Centro culturale Gli scritti, 27/1/2013)

Maria Rosa Tabellini

 

 

Parrocchia in San Miniato alle Scotte – Siena Chiesa del Corpus Domini LA LITURGIA DI DOMENICA 25 AGOSTO 2019 XXI DOMENICA …

“Per quanto sta in te”: la vita per Kostantinos Kavafis

E se non puoi la vita che desideri2019 08 La vita
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti
sino a farne una stucchevole estranea.

(da C. Kavafis, Settantacinque poesie, trad. N. Risi e M. Dalmàti, Einaudi, Torino, 1992)

È una poesia che non ha attinenza immediata con le letture della liturgia del giorno, ma è pure assai bella, e ben si attaglia al senso di nausea che – forse – ci soffoca quando pensiamo al presente, a questa balorda estate di eccessi disgustosi e insieme di superficialità, di drammi e di opacità.
È un appello a non sciupare la vita (il verbo è ripetuto due volte, al v. 3 e al v. 6) «in un viavai frenetico», in un continuo avvicendarsi («commercio») di gente incrociata per caso.

Tra il primo verso e quello finale si crea un collegamento: la vita è personificata, quasi fosse una donna, ed è come se il poeta dicesse: se non puoi avere la donna (o la persona) che desideri, almeno fa’ in modo che essa non sia un incontro superficiale lasciato in balia del caso (il «quotidiano / gioco balordo degli incontri / e degli inviti») e nemmeno un’estranea noiosa e assillante («una stucchevole estranea»). Forse la vita non sarà ugualmente quella che avremmo voluto vivere (quale sarebbe, poi?), ma almeno non l’avremo sprecata.

Commento

La parola-chiave di questo componimento è il verbo “sciupare. Kavafis sottolinea a più riprese questo concetto: nel nostro andare, trascinarci apatici nella quotidianità noi sciupiamo la vita.

La vita è l’essenza di ognuno di noi, ci appartiene come nient’altro su questa Terra, eppure sempre ci dimentichiamo che svilendola, offendendola, barattandola, spendendola “in un viavai frenetico” semplicemente strappiamo qualcosa a noi stessi.

Se di tanto in tanto potessimo uscire dalla nostra condizione e guardarci dall’esterno, come forestieri in una terra sconosciuta, senza dubbio ci accorgeremmo che ci affanniamo per cose inutili, che corriamo dietro illusori ideali, che cerchiamo di ottenere ciò che non ci serve. Diventiamo fantocci di noi stessi.

“Fermati”, sembra quasi che il poeta suggerisca ad ognuno di noi, “fermati e pensa”: pensa prima di gettarti nella massa informe di gente, prima di sprecare parole insensate, prima di considerare che ogni giorno è uguale a quello precedente e a quello che verrà. Certo sì la vita è contraddittoria e talvolta ingannevole, ma è irripetibile.

È la nostra più grande alleata, non una “stucchevole estranea”.

 

Mariarosa Tabellini
 

«Signore, insegnaci a pregare» (Luca, 11, 1-13)
LA PREGHIERA DI UNA MADRE

Questa poesia di Giuseppe Ungaretti, notissima, fu composta nel 1930, in ricordo della madre, morta nel 1926. La madre di Ungaretti era una donna energica e determinata, che gestiva un forno per il pane ad Alessandria d’Egitto, dove si era trasferita dalla nativa Lucchesìa e dove il poeta nacque. Un lavoro che, dopo la morte prematura del marito, quando Giuseppe aveva appena due anni, ricadde tutto sulle sue spalle, insieme alla gestione della casa e dei figli. Priva di tenerezze – a detta del poeta – la donna si occupò però dei figli con «somma cura», ed ebbe una religiosità profonda e consapevole, mai invadente. La ritroviamo con tali caratteristiche in questo ritratto che le dedica Ungaretti, ormai divenuto poeta di fama, in una lirica poi raccolta in “Sentimento del tempo” (1933): è l’immagine di una madre che, anche nell’Al di là, non ha smesso di pregare per il figlio, con quella fiducia semplice e severa che ben si attaglia alle parole del Cristo: «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato».

LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(in G. Ungaretti, Vita d’un uomo, Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Mondadori, Milano, 1986)

La poesia è composta di cinque strofe in cui si alternano endecasillabi e settenari senza rima. La struttura è simmetrica, e corrisponde al rigore della figura materna che vi è rappresentata: ogni strofa coincide con un periodo e con un gesto compiuto dalla madre, definita «una statua davanti all’Eterno», immagine che riproduce icasticamente la determinazione del suo carattere.
Nella memoria del poeta, la madre conserva nell’Al di là gli stessi atteggiamenti che aveva in vita: la poesia si pone in tal modo come un ponte tra la vita e la morte, e anche il poeta sembra condividere con la madre la stessa solida fiducia nel ricongiungimento ultraterreno. Il componimento acquista così una intonazione solenne, ben diversa dalle forme spezzate e dai “versicoli” di “Allegria di naufragi”, la raccolta pubblicata nel 1919, sull’onda dell’esperienza tragica della guerra.
maria rosa tabellini

 

Mariarosa Tabellini
 
22 Giugno 2019
 

La poesia del Vangelo. Domenica 23 giugno 2019 (Luca 9, 11-17)

Il racconto di della moltiplicazione dei pani e dei pesci è una pagina di poesia: la poesia del Vangelo, la poesia delle cose. Immaginiamo la folla seduta in terra, al crepuscolo, il brusio incredulo e gli sguardi stupiti, i pani e i pesci distribuiti miracolosamente a tutti, le ceste riempite degli avanzi affinché niente vada sprecato. Aggiungervi una riga significherebbe rischiare l’ipocrisia della retorica sulla semplicità dei poveri. Meglio allora lasciare che sia la voce di un poeta e sacerdote a fare da eco, se pur alla lontana, al passo di Luca: la voce di David Maria Turoldo, che torna di nuovo a occupare questo spazio.
Questa che riporto è una poesia amara sulla terra fattasi fioca, grigia, malata, dove «ognuno torna alla sua casa / sempre più solo» nel gelo delle moderne «liturgie» (ciascuno traduca il termine come crede: vengono comunque in mente i riti asfittici imposti dalla modernità consumista). In tale appassirsi dei colori e dei sentimenti, il poeta richiama al valore dell’autenticità: «tempo è di tornare ai poveri / per ritrovare il sapore del pane», e aggiunge: «E la gente, l’umile gente / abbia ancora chi l’ascolta». Allora, riscoperta la naturalezza del rapporto con la terra e col mondo, verrà spontaneo perfino «non chiedere nulla». (Maria Rosa Tabellini)

David Maria Turoldo

E NON CHIEDERE NULLA

Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:
il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.

E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:

ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.

Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.

E non chiedere nulla.

(Da David M. Turoldo, “Nel segno del Tau”, edizioni “All’insegna del pesce d’oro” di Vanni Scheiwiller, Milano 1988

 

 

 

In letteratura, la ricorrenza della Pentecoste è inevitabilmente legata alla “Pentecoste” di Alessandro Manzoni, splendido tra gli Inni Sacri: poesia alta e nobile, che tuttavia sconta una presenza ingombrante nei programmi liceali, destinata a sfociare in una conseguente frettolosa rimozione.
Meglio quindi attingere a un altro poeta, e a un’altra esperienza. Questa poesia di David Maria Turoldo è assai più breve, e si avvale di un linguaggio semplice che non necessita di note e postille. Per fortuna: perché il contenuto ha uno spessore mistico così forte che mi parrebbe troppo ardito tentare di commentarla. Mi limito quindi a una breve presentazione.
La scena è quella nota descritta negli Atti degli Apostoli radunati nel cenacolo («la camera alta»). Qui, alla presenza di Maria e dei discepoli, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso»: nasce la Chiesa, una e molteplice. Il poeta rivolge a Maria una preghiera: che «sia Pentecoste perenne», sulla Chiesa, ma anche sui popoli tutti. (Ne abbiamo bisogno…)

Sia Pentecoste perenne

La camera alta è tutta splendore:
la sua pietà ci raduni ancora,
in unità qui convengano i popoli.

Madre, rivelaci il grande principio
poiché già da allora eri evocata
quando le cose nel Verbo creava.

Madre, disponi pur noi ad accoglierlo,
a rivestirlo di splendida carne,
resi fecondi con te dallo Spirito.

O madre, fa che la Chiesa continui
la sua preghiera concorde, unanime,
perché continui lo Spirito a scendere.

Madre, nel nuovo principio assistici,
e il mondo intero intenda le voci,
e gioia torni a riempire la terra.

O madre, sia pentecoste perenne,
e il santo fuoco consumi ogni male,
sia come il vento una libera Chiesa.

Tu del creato la santa bellezza,
tu della fine dei tempi figura,
tu l’arca viva dell’unico uomo.

(Dalla raccolta “Santa Maria”)

Friulano, nato nel 1916, Giuseppe Turoldo entra giovanissimo nel convento dei Servi di Maria a Isola Vicentina, e pronuncia i voti solenni nel 1938. È l’inizio di una vita di studi e di preghiera che non trascura tuttavia l’attenzione alla politica e alla società: durante l’occupazione nazista Turoldo collabora nelle attività della resistenza e sostiene il progetto del villaggio di Nomadelfia fondato nell’ex campo di concentramento di Fossoli da don Zeno. Dalla fine degli anni quaranta comincia a pubblicare le sue poesie. Ma è una persona scomoda: costretto a continue peregrinazioni in Italia e all’estero, nel ’64 riceve finalmente il consenso per aprire un’esperienza religiosa comunitaria nuova: la Casa di Emmaus a Sant’Egidio in Fontanella, nel bergamasco, che si occupa di ospitalità con l’apporto dei laici. Malato da tempo, David Maria Turoldo muore nel 1992 a Milano. I funerali vengono celebrati dal cardinale Carlo Maria Martini, che ne consacra l’attività di religioso e di intellettuale.

Maria Rosa Tabellini

 

Sul Vangelo di Luca 5, 1-11: un pescatore tra le note. La canzone di Fabrizio de André

All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Venne alla spiaggia un assassino
Due occhi grandi da bambino
Due occhi enormi di paura
Eran gli specchi di un’avventura

E chiese al vecchio dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame
E chiese al vecchio dammi il vino
Ho sete e sono un assassino

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva ho sete e ho fame

E fu il calore di un momento
Poi via di nuovo verso il vento
Davanti agli occhi ancora il sole
Dietro alle spalle un pescatore

Dietro alle spalle un pescatore
E la memoria è già dolore
È già il rimpianto d’un aprile
Giocato all’ombra di un cortile

Vennero in sella due gendarmi
Vennero in sella con le armi
Chiesero al vecchio se lì vicino
Fosse passato un assassino

Ma all’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito il pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Senza voler fare di Fabrizio De Andrè un santino, e rimanendo sul piano della lettura del testo, “Il pescatore” contiene manifestamente echi evangelici, in un contesto laico che non sopporta di essere piegato a manifesto di qualsivoglia ideologia: il pescatore, il vino e il pane sono parole semplici che da sempre richiamano il lessico evangelico. Inoltre c’è un «assassino» in fuga che dice «ho sete e ho fame» usando le parole del Cristo («Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere», Matteo 25, 35). Il pescatore lo accoglie, lo rifocilla e non gli chiede niente. Infatti, come ebbe a precisare De Andrè a proposito dei “pescuèi”, «qualsiasi cosa gli confidi, loro l’hanno già saputa dal mare». E nemmeno tradisce il fuggiasco all’arrivo dei gendarmi: anzi, mantiene un enigmatico «sorriso» sul viso segnato dal sole, fingendo di dormire. È un pescatore che conosce il vantaggio dell’ironica saggezza di Socrate.
Per chi ha in mente la melodia pacata e quasi elementare della canzone modulata sulla chitarra, non può non avvertire un senso di sereno appagamento nel chiudersi della giornata «all’ombra dell’ultimo sole».
Ora che la croce viene non di rado brandita all’incontrario (non sarebbe la prima volta nella storia…) a mo’ di spada per tenere lontano lo “straniero” in nome di un concetto di “identità” tutto sommato risibile e non coerente coi valori del Vangelo, ora che contro i «pescatori di uomini» (alla lettera: gli operatori delle ong nel Mediterraneo) viene indirizzata indiscriminatamente la macchina del sospetto (la più subdola delle macchine da guerra), il pescatore di De Andrè ci offre una immagine pacificante. Del resto, il samaritano, sempre nel Vangelo di Luca (un forestiero disprezzabile!), non chiese i documenti all’uomo ferito trovato per via prima di soccorrerlo. Come ha scritto papa Francesco: chi sono io per giudicare?
MRT

25/01/2019

I nostri volontari “ultimo giorno”

Ultimo giorno di operazioni, prima dei preparativi al rientro.

Questa mattina, lo staf medico ed il presidente dell’Associazione  “…a riveder le stelle…-Olus per l’Africa” dopo una lunghissima giornata di lavoro, i saluti ed i ringraziamenti ai medici ed infermieri “dell’Hòpital Mali Gavardod, Bamako – Koulikoro”, ove dal nulla hanno creato un ambulatorio oculistico ed addestrato personale locale, tornano in Italia.
Il giorno 18 Gennaio, mentre li accompagnavamo all’aereoporto di Fiumicino, noi autisti, “operai di supporto, rispettosi ed onorati”, abbiamo vissuto la loro gioia, i loro racconti le precedenti esperienze, anche drammatiche per le particolari condizioni ambientali, raccontate con la semplicità di un bambino felice.
Pur sapendo di essere solo una goccia nel mare dell’Africa, la convinzione che ne vale sempre la pena e nonostante la stanchezza, il loro personale arricchimento di qualcosa non quantificabile ed acquisito in profondità, sarà di sprone per noi tutti, che più o meno consapevoli e grazie alle esperienze di Ivo, sua moglie ed alla perenne “missione” di Don Sergio, abbiamo dato supporto alla Onlus.
Un ringraziamento particolare a Don Jean Joseph Fane, che a Bamako ha organizzato il trasporto delle apparecchiature all’Ospedale ed il soggiorno dei volontari. “UN ABBRACCIO CON ARRIVEDERCI PRESTO”

 

Pur sapendo di essere solo una goccia nel mare dell’Africa, la convinzione che ne vale sempre la pena e nonostante la stanchezza, il loro personale arricchimento di qualcosa non quantificabile ed acquisito in profondità, sarà di sprone per noi tutti, che più o meno consapevoli e grazie alle esperienze di Ivo, sua moglie ed alla perenne “missione” di Don Sergio, abbiamo dato supporto alla Onlus.
Aiutiamoli a casa loro, é solo un modo per placare la coscienza, “qualcuno ci penserà”. Chi evoca questa frase, dovrebbe semplicemente dire cosa intende fare per aiutarli a casa loro, altrimenti, senza un progetto concreto, sarebbe opportuno non deviare il senso di colpa, che colpisce molti di noi. (r.v.)

 

Mariarosa Tabellini

Caro Don Sergio,
le vostre foto dall’Africa, la fatica, i sorrisi, sono un soffio di aria pura che ci viene da lontano, a illuminare la cupezza inquinata dei nostri giorni vicini.
Mentre voi eravate laggiù, a organizzare, a collaborare, a operare con fatica ma certo con soddisfazione, noi qui abbiamo assistito sgomenti, oltre alle ormai troppo consuete tragedie del mare, a scenari di bambini tolti alle loro scuole, strappati a maestre e compagni che lamentano di non aver avuto modo nemmeno di salutarli. Deportati. Come siamo arrivati a tanto? Imbevuti di paure, ipocrisie, falsità. Lasciare che le persone scompaiano risucchiate nel cimitero del mare è forse togliere incentivo all’ingordigia degli scafisti? Impedire che dei bambini frequentino le scuole – le nostre scuole – è forse un rimedio contro la criminalità? Bruciare le povere cose di chi è costretto a una vita per strada, e lo fa con pudore e probabilmente con vergogna, è un atto di cui vantarsi? Ci dicono che è colpa della “crisi” che ha portato povertà. Ma che vuol dire? I “poveracci” non covano rabbia. Vedo piuttosto montare la rabbia e l’egoismo negli insoddisfatti, la competizione per i consumi spesso artatamente costruita, l’intolleranza non solo verso i “diversi”, ma verso tutto ciò che non rientra nel nostro limitatissimo perimetro.

Certi comportamenti, financo certi pensieri più bassi, che fino a poco fa erano motivo di imbarazzo, sono diventati una sorta di bandiera da sventolare con orgoglio.
So bene che non basta propagandare parole astratte come solidarietà, accoglienza, prescindendo dalla realtà: può essere addirittura controproducente, e ne paghiamo (tutti) lo scotto. È mancata la politica nel senso vero del termine: che non significa fomentare le bassezze, che tutti coviamo, pur di alimentare il consenso, ma proporre e realizzare alternative concrete a un modello sociale che inclina sempre più alla grettezza e all’insoddisfazione. Ma voi mostrate che il mantra “aiutiamoli a casa loro” non è un comodo slogan per simulare una sorta di ipocrita lungimiranza, sì piuttosto una concreta possibilità da mettere in pratica con umile tenacia. E anche, penso, con la consapevolezza che questa possibilità non vale per chi “casa loro” non ce l’ha o non ce l’ha più, ovvero per chi affronta consapevolmente il rischio di morire pur di fuggire da guerre o povertà (c’è chi distingue…).
La vostra dedizione ci conforta. E tuttavia non solleva noi, che qui siamo rimasti, dal senso di colpa che assale quando si pensa: perché a noi tanto privilegio? Che cosa abbiamo fatto di buono, noi, per meritare di essere nati “qui” e non “là”? Di essere noi i “salvati” e non i “sommersi”? Prendo a prestito le parole di Primo Levi, e non a caso, data la coincidenza con la Giornata della Memoria, perché davvero l’esodo, se pur tanto diverso storicamente, non è cessato, e d’altronde nemmeno l’odio razzista, pare.
Don Sergio, grazie. Grazie a tutti voi, perché ci fate vedere che esiste il mondo migliore, semplice, pulito, operoso, in cui avere fiducia.

Commento da Maria Rosa Tabellini Partini

L’Epifania di Clemente Rèbora, poeta e sacerdote

6 gennaio 1931
Nato in Gesù da Maria nel 1929 – ho celebrato oggi la vera Epifania del Signore, giorno in cui io venni a questo mondo. Benedico in Dio benedetto i miei genitori che mi permisero, schiudendomi alla esistenza, di aprire infine nella Vita gli occhi alla Fede, la quale prego sia loro pure data, e a tutti. Questa mattina, dopo aver servito la S. Messa, sono uscito, verso le 6.30, al monte in vista del lago, ch’era nell’incanto medesimo in cui i pastori, e poi i Magi, videro e adorarono accanto a Maria Gesù. C’era l’immissione delle chiarezze celesti nel paesaggio – e la stella rifulgeva proprio dal Paradiso. Santo Santo Santo. Deo Gratias.
(Clemente Rèbora)

Rèbora era nato il giorno dell’Epifania (come un parroco di nostra conoscenza…) a Milano, nel 1885, in una famiglia aliena da ogni coinvolgimento religioso. Sottotenente di fanteria durante il primo conflitto mondiale, dell’esperienza bellica ha lasciato testimonianza straziante in alcune delle “Poesie sparse” (1913-1918). La raccolta seguente “Canti anonimi” del 1922, tra le più alte del Novecento, esprime in versi spesso vertiginosi la tensione verso l’Assoluto, che si farà più consapevole dopo l’approdo alla fede cattolica, nel 1929. Nel 1931 Rèbora entra come novizio nell’Istituto rosminiano di Domodossola, e nel ’36 è ordinato sacerdote. Per un ventennio don Clemente si spende in mezzo a poveri, malati, prostitute. Tornerà alla poesia più avanti, quando l’infermità lo costringerà a letto. Rèbora muore nel 1957, il giorno di tutti i Santi.
Nel 2016 per i tipi di Interlinea sono stati pubblicati i testi sparsi di Rèbora. Si tratta di lettere, pagine di diario, pensieri del giovane sacerdote che considera il tempo natalizio centrale nel suo percorso di vita, poiché corrisponde al tempo della sua conversione religiosa e al voto che aveva fatto a Maria il 30 dicembre 1929 «di porre interamente la mia vita al servizio del Signore».
Tra gli inediti c’è appunto l’annotazione che ho riportato: valga come augurio di compleanno anche per il nostro don Sergio.

Maria Rosa Tabellini

Mariarosa Tabellini commento a  Riapre la Chiesa di San Miniato 2018

Sulla riva da “Onore del vero” di Mario Luzi

I pontili deserti scavalcano le ondate, anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna, tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.
La brigata dispersa si raccoglie, si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? Ti spero in qualche porto…
L’uomo del faro esce con la barca, scruta, perlustra, va verso l’aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

(da M. Luzi, “Tutte le poesie”, Garzanti, Milano, 1988)

Ecco, per me don Sergio è colui che ci ha traghettati attraverso questo mare purgatoriale, aiutato dai tanti che tenevano accesa la lucerna della speranza. Il popolo di San Miniato si è raccolto: rimane qualche amarezza, e l’ansia, forse, per ciò che ancora dev’essere fatto, ma è la gioia a dominare. Qualcuno si è disperso (in tutti questi anni, qualcuno non c’è più, qualcun altro è andato lontano): anche a loro va il pensiero dell’«uomo del faro». Di certo Luzi non pensava a una situazione come quella che ha vissuto la nostra comunità parrocchiale, ma è prerogativa della poesia curvarsi all’interpretazione degli accadimenti, e dar loro un senso. È don Sergio il nostro «uomo del faro».

La Notte di Natale 2018 – Emozioni condivise
di Antonella Franci Cortese
 

Sento il desiderio di esternare a tutti voi e primo fra tutti Don Sergio.

Il Natale di ieri è stato veramente una grande Festa densa di Spiritualita’ e di emozione.

Siamo stati sfollati e migranti per dieci anni e chi, come me è qui da quando il quartiere è nato, ancora da prima.

Una grande e fervente comunità dispersa.

Eppure nonostante le difficoltà Don Sergio non si è mai arreso e ha trasmesso fiducia e serenità.

Le attività della Parrocchia sono proseguite.

Sembrava davvero che il miracolo non avvenisse e invece abbiamo potuto festeggiare la Nascita di Gesù nella nostra Chiesa.

La chiesa era affollata il gregge in parte radunato.

Per me è stata un’emozione fortissima che ho percepito anche in tante persone, con gli occhi lucidi come i miei.

Tutto questo è stato possibile grazie all’abnegazione, alla costanza di Don Sergio ma anche al contributo di tante persone che dedicano lavoro e competenze.

Fondamentale il sito della Parrocchia che informa delle iniziative e attività.

Utilissimo il foglietto illustrativo che spiega la simbologia e l’identità degli artisti.

La chiesa è bellissima nella sua essenzialità, a noi il dovere di mantenerla nella sua forma artistica.

Qualcuno per tradizione la criticherà ma è segno dei nostri tempi e dobbiamo preservarla da aggiunte che la deturperebbero.

Ringrazio sentitamente le tante persone che per tanto tempo si sono dedicate con costanza a che finalmente tutto questo si realizzasse.

In primis Don Sergio ,quest’anno avrà un compleanno speciale.

Tanti auguri e ringraziamo il Signore.

Antonella Franci Cortese

Mariarosa Tabellini

 

PICCOLA ANTOLOGIA DI TESTI DEDICATI AL NATALE. SECONDA PARTE

Questo racconto di Pirandello coglie con dolorosa efficacia l’inadeguatezza dell’uomo moderno ad afferrare il senso profondo della festa del Natale e ad accettarne il messaggio autentico.

SOGNO DI NATALE

di Luigi Pirandello

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

***

“Sogno di Natale” fu pubblicato per la prima volta il 27 dicembre 1896 su una rivista letteraria, poi inserito nella raccolta delle “Novelle per un anno”. Al di là dell’impronta linguistica che può suonare forse troppo marcatamente letteraria all’orecchio del lettore di oggi, il racconto sorprende per la modernità con cui esprime quella che potremmo chiamare la “crisi del Natale”. Pirandello coglie la distanza abissale tra lo sfarzo di luci e di merci imposta dall’obbligo del consumo e l’intimità che la gioia autentica richiede. L’immagine dolente di Gesù, la trasformazione del narratore nell’ombra di Lui, il tormento della “maschera” (ossia le convenzioni sociali, secondo la nota metafora pirandelliana) che incombe al risveglio sono invenzioni proprie di un grande scrittore: uno capace di indurci a pensare, lasciando un segno non effimero.

 
E’ con emozione che pubblichiamo questa meravigliosa poesia, che ben si accosta alla Liturgia della domenica ed ancor più alla sospirata e prossima realizzazione dell’ambulatorio oculistico all’Hòpital Mali Gavardod, Bamako – Koulikoro, Mali.
 
Mariarosa Tabellini
 
E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (Mc 10, 51)

La tradizione letteraria ha immortalato personaggi che, privi della vista, erano però dotati della capacità interiore di vedere le cose al di là dell’apparenza sensibile: tale era Tiresia che, punito con la cecità per aver osato guardare quello che non avrebbe dovuto, era stato tuttavia compensato con il dono della divinazione; tale era Omero stesso, che la leggenda ha voluto rappresentare come un aedo cieco che vagava per le corti dei principi achei narrando le antiche storie che costituivano il deposito delle memorie e dei miti delle stirpi greche. Forse anche il cieco di cui narra il vangelo di Marco era dotato di una vista interiore privilegiata: la fede, che lo rese degno di invocare fiducioso Gesù («Rabboni, ut videam»), e di ricevere di conseguenza il miracolo della guarigione.

A noi non è concessa la capacità di fare miracoli, e il recupero della vista è possibile, in certi casi specifici, grazie ai progressi della medicina; eppure, talvolta, è la parola a compiere il prodigio di sostituirsi agli occhi: non certo la parola aggressiva e trita degli slogan imperanti in ogni campo, ma la parola che sa narrare, descrivere, evocare sottovoce, come fa, appunto, la poesia.

Desidero quindi postillare l’episodio evangelico con una semplice poesia che, pur nella marginalità cui è costretto oggi il genere poetico, illumina il miracolo che consente alle parole di rendere visibili le cose anche ai ciechi. Ne è autore Nino de Vita, uno scrittore siciliano nato vicino a Marsala, in contrada Cutusìu: questa località dà anche il titolo al libro di versi che rievoca e raccoglie piccole scene esemplari e spesso drammatiche dell’infanzia dello scrittore. La poesia parla di Martino, un «bambino che aveva gli occhi spenti», e della luna; è scritta nel dialetto di Cutusìo: qui la riporto nella versione in lingua italiana proposta dallo stesso Nino de Vita.

Martino

Parlai della luna.

Eravamo una diecina,

per terra, accovacciati,

a giro, nel giardino.

Parlai del bianco

della luna;

delle macchie nel bianco

della luna; della luce

che viene dalla luna.

Ascoltavano me

guardando la luna.

C’era Martino,

il bambino che aveva

gli occhi spenti, insieme

a noi:

stava a testa bassa,

le mani sull’erba

appena nata.

Parlai della luna,

tonda e a falce;

della mezzaluna;

del giuoco della luna

che si nasconde fra le nuvole

e riaffaccia…

E all’improvviso Martino

m’interruppe.

«È bella»

disse «la luna!»

(da Nino de Vita, Cutusìu, Mesogèa, Messina 2001)

Non escludo che l’accostamento della poesia col testo evangelico appaia forzato o peregrino: può darsi, ma, in realtà, questo breve testo vuole essere anche un augurio per l’inizio dell’attività dell’ambulatorio oculistico in Mali.

 

12 Ottobre 2018

Maria Rosa Tabellini Partini

Il cammello e la cruna dell’ago

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Marco, 10, 25).

L’iperbole riferita dall’evangelista Marco potrebbe essere dovuta a un errore di traduzione: alcuni studiosi pensano infatti che nella traduzione/tradizione del testo evangelico la parola greca “cámelos” si sia sovrapposta a una aramaica dal suono simile, ma col significato di “fune”: sempre una iperbole, peraltro, per quanto assai meno icastica. In ogni caso, una fune che “non” passa per la cruna di un ago non rimarrebbe nella nostra mente in modo così incisivo come l’immagine del cammello invano contorsionista che ci colpì da piccoli e ci accompagna fin dai tempi del catechismo.

La ricordava così, evidentemente, anche Don Milani. Nato in una famiglia aristocratica e ricca, dopo la conversione (una “metánoia” vera e propria) volle farsi ultimo fra gli ultimi, tanto che il suo trasferimento a Barbiana, che doveva essere un castigo, lo considerò una opportunità, un dono da far fruttare con quella umiltà feroce che lo contraddistingueva. Grazie ai suoi scritti, da poco pubblicati interamente (Mondadori, i Meridiani, 2 tomi, Milano 2017), ne conosciamo la figura sgombrata dagli orpelli che gli sono stati affibbiati nel corso degli anni (sia da parte di chi ne ha voluto fare un santino sia da parte di chi lo ha denigrato come un eretico o un traditore). Conosciamo adesso per via “diretta” la sua fermezza su alcuni ideali potenti, la sua dignità tenace; conosciamo la sua intensa passione per la lingua che si traduce in parola consumata nella vita: la parola che diviene un miracolo.

Le testimonianze di chi lo ha frequentato da vicino ci riferiscono davvero un miracolo (non canonico, ma quanto genuinamente cristiano!). Due giorni prima di morire, il 24 giugno 1967, il prete di Barbiana, che negli ultimi tempi, fiaccato dalla malattia, era rimasto in silenzio, volle proclamarlo a chi gli era vicino: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza». «Che miracolo?» «Un cammello che passa nella cruna di un ago».

Neera Fallaci, che lo riferì nella biografia di don Lorenzo, commentava a questo punto: «Il “signorino” Milani sentiva d’aver finalmente conquistato quella salvazione per cui lottava da quando si era fatto cristiano e prete» (N. Fallaci, “Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani”, Milano Libri Edizioni, Milano 1977).

 
3 Ottobre 2018
 
Maria Rosa Tabellini Partini
«Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»(Quod ergo Deus
coniunxit, homo non separet>Mc. 10, 10)

Nelle parole del Cristo, la fedeltà coniugale appare come un dono da custodire, non certo come una costrizione. Non mancano esempi di sposi fedeli neppure nella letteratura classica, dove, peraltro, gli amori sono invece spesso tragici o dolorosi, soprattutto per i personaggi femminili, e anche gli dèi si mostrano propensi alla trasgressione più di quanto lo siano i mortali.

Una storia indimenticabile di amore coniugale ci è tramandata nelle Metamorfosi di Ovidio, poema cosmico sulla storia del mondo, dal caos iniziale fino all’epopea di Roma, narrata attraverso un affascinante mosaico di trasformazioni i cui protagonisti sono celebri personaggi del mito. Le Metamorfosi sono state lette e amate da pagani e cristiani, per lo straordinario patrimonio di storie che si sviluppano attraverso lo scorrere fluido degli esametri e che hanno fornito materiale inesauribile per gli scrittori seguenti (per Dante in primis). Riassumo e in parte riporto, quindi, l’episodio di Filemone e Bauci, che costituisce una sorta di pausa idillica posta circa a metà del poema.

La storia di Filemone e Bauci (Ovidio, Metamorfosi, libro VIII, vv. 620-724)

Narra dunque Ovidio che Giove e suo figlio Mercurio, senza farsi riconoscere, si recarono nel territorio della Frigia (una regione rurale dell’odierna Turchia). Non trovarono però facile accoglienza:

A mille case si affacciarono, chiedendo un luogo per riposare. Mille case furono sprangate con catenacci. Ma una li accolse, piccola davvero, coperta da stoppie e da canne di palude: però in essa, negli anni giovanili, si unirono Bauci, ora vecchia, Filemone, di pari età; in quella casa invecchiarono, e la povertà, accettandola e sopportandola con animo sereno, resero lieve. Non ha senso cercare là dentro padroni o servitori; due persone sono l’intera famiglia; essi comandano e sempre essi ubbidiscono. (vv. 678-686)

La casa è tanto piccola che i due ospiti per entrarvi sono costretti ad abbassare la testa… Non di meno, l’accoglienza è sollecita e generosa. Il vecchio fa sedere i due forestieri, mentre Bauci è affaccendata al focolare. A leggere, ne ricaviamo una dettagliata ricetta di spalla di maiale affumicata cotta in brodo aromatizzato, quindi gli ingredienti per una gustosa “insalatona” di erbe di campo arricchita di uova e olive; e poi noci, e fichi secchi (tutti cibi non propriamente romani, come si conviene a una mensa “esotica”). La tavola risulta in verità un po’ instabile, ma si rimedia mettendo un coccio sotto il piede più corto. Insomma: un perfetto quadretto rustico.

I due vecchietti cominciano a sospettare che ci sia qualcosa di strano quando si accorgono che il cratere del vino, tante volte giunto al fondo, spontaneamente si riempie di nuovo. Temono sia un segno avverso, forse una punizione per quelle troppo rustiche vivande. Bauci prende allora una drastica decisione: cucinerà per gli ospiti l’oca (l’unica che possiedono!) che vigila sull’umile casa. Ma l’oca sfugge, svolazza ben più svelta dei proprietari che la inseguono invano, impediti dall’età, finché si rifugia proprio presso i due celesti ospiti, che finalmente svelano la propria identità: «Siamo dèi!»

Gli dèi pagani sono sempre vendicativi: gli empi vicini saranno puniti per il loro egoismo con la distruzione di tutte le loro case, e solo i due vecchi coniugi saranno risparmiati. Così Filemone e Bauci, per mettersi in salvo, si avviano faticosamente verso la cima della collina lì presso, voltandosi a guardare indietro sgomenti: ogni cosa alle loro spalle è sommersa in una palude, e soltanto rimane intatta la loro capanna. Mentre i due piangono la sorte dei loro vicini (e ci paiono tanto più “umani” degli dèi…), quella vecchia capanna si trasforma in un tempio, con tanto di colonne e porte intagliate e pavimenti di marmo. «Qual è il vostro desiderio?» chiede infine Giove. La risposta è concorde:

«Chiediamo di essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio; e poiché, uniti di cuore, abbiamo trascorso i nostri anni, una medesima ora ci sottragga tutti e due: che io non veda mai il rogo di mia moglie, né io da lei sia sepolto». (vv. 707-710)

Ed ecco infine la conclusione della storia: una conclusione gentile, una trasformazione doppia e parallela che suggella l’indissolubilità dell’unione dei due “corpi”:

Ai voti seguì il compimento. Furono custodi del tempio, finché loro fu concessa vita. Sfiniti dagli anni e dall’età, mentre per caso sostavano ai sacri gradini e narravano le vicende del luogo, Bauci vide che Filemone metteva frondi; il più vecchio Filemone vide che metteva frondi Bauci. E mentre già la cima andava crescendo sui volti d’entrambi, essi si scambiarono, finché poterono, mutue parole; e: «Addio, o consorte» insieme dissero; e insieme la corteccia coperse e cancellò le loro bocche. Ancora l’abitante di Tino addita colà i tronchi avvicinati, che furono i loro due corpi. (vv. 711-720. I passi nella traduzione in prosa sono tratti da Ovidio, Le Metamorfosi, testo latino a fronte, 2 voll. a cura di Enrico Oddone, Bompiani, Milano 1992)

Quelli che nella conclusione sono detti genericamente «tronchi avvicinati», all’inizio della storia – che qui non ho riportato – venivano invece specificati come una quercia e un tiglio, ancora visibili – si dice – ai viandanti che si recano in quelle terre. La quercia è emblema della durevolezza, della forza, della fedeltà («fedele come una quercia» sarà poi un motto del Romanticismo). Il tiglio è pianta molto longeva, dal profumo intenso, spesso assimilata all’amore per via delle foglie cuoriformi. Insomma: Ovidio non sceglie per le sue metamorfosi delle piante qualsiasi, ma alberi con significati ben definiti. Nella concezione pagana di Ovidio, la trasformazione della natura umana in natura vegetale non costituisce una sorta di immortalità, o di surrogato di immortalità, bensì un suggello alla vita dei due umili protagonisti. L’immortalità, a Filemone e a Bauci, l’ha conferita la poesia.

 

2 Ottobre 2018

In tutti gli incontri che durante l’inverno abbiamo tenuto con Don Sergio, per approfondire e comprendere la Lectio Divina, questo passo della genesi, unito alle letture del Talmud, ci ha riportato drammaticamente alla realtà che ogni giorno viviamo nella nostra società.

Un commento alla prima lettura, di domenica 7 Ottobre, tratta dalla Genesi.

( Gen 2,18-28)

I due saranno una carne sola.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Allora l’uomo disse:

«Questa volta

è osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna,

perché dall’uomo è stata tolta».

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.

Insegnamento di Gesù (Dal Talmud)

“State molto attenti a non far piangere una donna:

poi Dio conta le sue lacrime!

La Donna é uscita dalla costola dell’uomo,

non dai suoi piedi perché debba essere pestata,

né dalla testa per essere superiore,

ma dal fianco per essere uguale…….

un pò più in basso del braccio per essere protetta

e dal lato del cuore per essere amata.

Le lacrime di donna (poesia trovata in rete)

Un bambino chiede alla mamma: «Perché piangi?».

«Perché sono una donna» gli risponde.

«Non capisco» dice il bambino.

La mamma lo stringe a sé e gli dice: «E non potrai mai capire…»

Più tardi il bambino chiede al papà: «Perché la mamma piange?»

«Tutte le donne piangono senza ragione», fu tutto quello che il papà seppe dirgli.

Divenuto adulto, chiese a Dio: «Signore, perché le donne piangono così facilmente?»

E Dio rispose:

«Quando l’ho creata, la donna doveva essere speciale.

Le ho dato delle spalle abbastanza forti per portare i pesi del mondo,

e abbastanza morbide per renderle confortevoli.

Le ho dato la forza di donare la vita,

quella di accettare il rifiuto che spesso le viene dai suoi figli.

Le ho dato la forza per permetterle di continuare quando tutti gli altri abbandonano.

Quella di farsi carico della sua famiglia senza pensare alla malattia e alla fatica.

Le ho dato la sensibilità di amare i suoi figli di un amore incondizionato,

anche quando essi la feriscono duramente.

Le ho dato la forza di sopportare il marito nelle sue debolezze

e di stare al suo fianco senza cedere.

E finalmente, le ho dato lacrime da versare quando ne sente il bisogno.

Vedi figlio mio, la bellezza di una donna

non è nei vestiti che porta, né nel suo viso, o nella sua capigliatura.

La bellezza di una donna risiede nei suoi occhi.

Sono la porta d’entrata del suo cuore, la porta dove risiede l’amore.

Ed è spesso con le lacrime che vedi passare il suo cuore».

 
22 Settembre 2018
Maria Rosa Tabellini Partini

«Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». (Mc. 9, 35)

I poveri illuminati dalla luce dell’autentica sapienza non sono personaggi frequenti nella letteratura contemporanea. Non è raro incrociarli, invece, nella grande letteratura russa dell’Ottocento (dove, peraltro, non mancano nemmeno le figure diaboliche). Ne è un esempio la figura di Karataev, che compare nel romanzo “Guerra e pace” di Lev Tolstoj: si tratta di un incontro fortuito e a tutta prima marginale nel romanzo, che però segna il cambiamento di prospettiva nella vita del protagonista e rimane indelebile nella memoria del lettore.

Pierre, figlio illegittimo del ricco conte Bezuchon, è il protagonista del romanzo: giovane ricco e colto, spinto da impulsi contraddittori che oscillano tra gli ideali di uomo giusto e la frequentazione di bagordi di ogni tipo, Pierre si avvia a una profonda maturazione nel corso della guerra contro Napoleone. La svolta della sua vita è segnata dall’incontro con il soldato-contadino Platon Karataev. Fatto prigioniero, Pierre conosce il pio e sereno «ometto» in una misera baracca riservata ai detenuti. Qui Karataev, con la sua sorridente generosità e l’ingenua sapienza di povero contadino, non esita a condividere con l’aristocratico Pierre il suo pranzo: qualche patata lessa. È lo svelamento della ricchezza dello spirito che trova luogo nella povertà delle cose.

Qui di seguito, trascrivo il passo dal libro IV, cap. 12, che presenta l’incontro fra i due personaggi. Nella sua semplicità, mi pare si attagli bene alla esortazione evangelica a farsi servitori degli altri.

Maria Rosa Tabellini P.

[…] Accanto a lui sedeva, tutto curvo, un ometto, la cui presenza Pierre aveva avvertita da prima per il forte odor di sudore che esalava da lui a ciascuno dei suoi movimenti. Quest’uomo, nel buio, si faceva qualcosa ai piedi e, benché Pierre non lo vedesse in viso, sentiva che quell’uomo lo guardava fisso. Aguzzando gli occhi nell’oscurità, Pierre capì che quell’uomo si stava scalzando. […]

«Avete visto molte miserie, signore? Eh?» disse a un tratto l’ometto. E c’era una tale espressione di affetto e di semplicità nella voce melodiosa di quell’uomo, che Pierre volle rispondere, ma gli tremò la mascella ed egli si sentì le lacrime agli occhi. L’ometto, nello stesso momento, senza dare a Pierre il tempo di mostrare il suo imbarazzo, cominciò a parlare con la stessa voce simpatica.

«Eh, falchetto, non ti affliggere – disse egli con quella cantilena affettuosa con cui parlano le vecchie contadine russe –. Non ti affliggere, amico mio: si soffre un’ora e si vive un secolo! Ecco come la va, mio caro. E qui, grazie a Dio, viviamo senza troppi guai. Uomini ce n’è di buoni e di cattivi anche qui – disse egli e, mentre parlava ancora, con un movimento agile, si piegò sulle ginocchia, si alzò e, tossicchiando, se ne andò più in là –. Ah, birbantello, è tornato!». Dall’estremità della baracca Pierre udì la stessa voce affettuosa. «È tornato, birbantello, se ne ricorda…». E il soldato, respingendo da sé un cagnolino che gli saltava addosso, tornò al suo posto e sedette. Nelle sue mani c’era una cosa ravvolta in uno straccio. «Ecco, mangiate, signore – disse egli, rivolgendosi di nuovo a Pierre col tono rispettoso di dianzi e tirando fuori e offrendogli alcune patate lesse –. A desinare abbiamo avuto la zuppa. Ma le patate sono eccellenti!».

Pierre non aveva mangiato in tutto il giorno e l’odore delle patate gli parve insolitamente squisito. Ringraziò il soldato e si mise a mangiare.

«Perché mangi così? – disse il soldato sorridendo, e prese una patata –. Fa’ così». Tirò fuori di nuovo il coltellino a serramanico, tagliò sul palmo della mano una patata in due parti eguali, l’asperse di sale che prese nello straccio e la porse a Pierre.

«Le patate sono eccellenti – ripeté –. Mangia così».

Pareva a Pierre di non aver mai mangiato un piatto più gustoso. […]

(Da Lev Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. di E. Carafa d’Andria, Einaudi, Torino 1942)

 
15 Settembre 2018
Maria Rosa Tabellini Partini
 
«La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8.27-35)

La mattina del 13 settembre, a Cetona dove viveva da molti anni in modo assai modesto, il poeta Guido Ceronetti, a 91 anni, si è «liberato – come diceva – dal peso della vita». Era un appassionato del sacro, traduttore della Bibbia, amante del Vangelo di Giovanni; tuttavia manteneva uno sguardo – per così dire – “eretico”. Per i catari e le loro tradizioni aveva coltivato una passione fin da giovane, ma era controcorrente anche come scrittore, saggista, uomo di teatro: caustico critico dei falsi miti della modernità, implacabile nel denunciare i luoghi comuni di «questi tempi mediocri e pericolosi».

L’ultima pubblicazione di Ceronetti, uscita per Adelphi l’anno passato, si intitola “Messia”. È una sorta di rapsodia composta di versi suoi, di traduzioni, di citazioni da alcuni autori della sua sterminata erudizione – Dante, Kafka, Dostoevskij, Cechov, Beckett, solo per dirne alcuni – intorno alla più incessante delle attese: quella del Messia, osservata sia nell’orizzonte religioso sia in quello laico o addirittura ateo. Perché «pensare messianicamente – scriveva Ceronetti – sia pure con una forzatura malinconica, trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale», e perché lui sapeva bene che, per quanto ignari, si vive tutti nell’attesa del Messia.

Da questo piccolo libro traggo un frammento che presenta una certa sintonia col Vangelo di domenica prossima, 16 settembre: un breve pensiero nel giorno in cui il parroco di Cetona officerà la cerimonia religiosa per quello che Ceronetti chiamava «il passaggio».

Maria Rosa Tabellini

[…] Il sogno però non può, non potrà mai, essere tolto a tutti. Perdura in quelli di noi che, pur non riconoscibili che a fatica, anche da se stessi, recano un sogno.

Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno. Il sogno.

Sognare è lo stesso che attendere.

Ecco, hanno suonato.

Vado ad aprire.

Non c’è nessuno.

È Lui.

(Da Guido Ceronetti, “Messia”, Adelphi, Milano, 2017)

 

 
26 GIUGNO 2018
maria rosa tabellini partini
 

La vita va presa sul serio: questo è il messaggio che, a mio parere, emerge dal Libro della sapienza. Va presa sul serio anche quando le circostanze sembrano sviare o addirittura soffocare la volontà di giustizia, di misericordia… Un messaggio che trovo riproposto, in senso laico, da Nazim Hikmet, un poeta sul quale si è accanita la durezza del potere dittatoriale, e che, tuttavia, in carcere ha scritto poesie che rimangono come inni senza tempo all’amore, alla giustizia, alla vita. Come questa che riporto qui di seguito, a commento del passo di Salomone.

Nazim Hikmet

La vita non è uno scherzo…

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,

senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell’aldilà.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

o dentro un laboratorio

col camice bianco e grandi occhiali,

tu muoia affinché vivano gli uomini

gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perché restino ai tuoi figli

ma perché non crederai alla morte

pur temendola,

e la vita sulla bilancia

peserà di più.

(da “Poesie d’amore”, traduzione di Joyce Lussu, Mondadori, Milano 2006)

L’autore. Nato a Salonicco nel 1902, quando la città appartava alla Turchia, Nazim Hikmet fu un esponente d’avanguardia nella cultura turca. Malvisto per aver denunciato pubblicamente i massacri del popolo armeno del 1915-1922, dovette trasferirsi in esilio volontario in Russia, paese verso il quale lo spinse anche la simpatia per la recente rivoluzione ispirata al marxismo. Tornato in patria nel ’28, per la sua opposizione alla dittatura di Kemal Atatürk si trovò sotto la costante sorveglianza da parte della polizia e ripetutamente incarcerato con vari pretesti, senza peraltro smettere di scrivere. Nel 1938 la condanna fu più dura: accusato di istigare con le sue opere alla rivolta, fu condannato a 28 anni di carcere (cosa che dimostra quanto il potere di ogni tipo tema la penna degli scrittori che si esprimono liberamente). In prigione rimase quattordici anni, e vi scrisse le opere più belle. Fu rimesso in libertà nel 1950, per le pressioni di una commissione internazionale che comprendeva anche il pittore Pablo Picasso. Trovò infine rifugio a Mosca: da qui intraprese frequenti viaggi in Europa, e a Mosca morì, nel 1963, dopo una delle molte crisi cardiache che ne avevano segnato l’esistenza.

 

17 Giugno 2018
 
maria rosa tabellini partini
 

Un’idea folgorante, quella di don Sergio, di accompagnare l’estate con la lettura della Bibbia. Si inizia col Cantico dei Cantici, ovvero “il più sublime dei cantici”, come indica il superlativo espresso dal titolo. Vorrei accompagnare quest’avvio solenne con i versi di un poeta che viene “dall’altro mondo” (come anche papa Francesco), Ernesto Cardenal. Traggo il testo e parte del commento da una antologia che ho pubblicato qualche anno fa (“Le opere e il tempo”, vol. 3, Epica, Palumbo, Palermo 2010).

La poesia è tratta dal “Canto cosmico”, un imponente poema pubblicato nel 1989, dove Ernesto Cardenal ricostruisce il cammino della creazione del cosmo e della storia del Nicaragua. Nel poema gli scenari sconfinati dello spazio e del tempo vengono attraversati con una profonda fede nel divino. Qui ne vediamo una parte iniziale, quella che racconta l’origine dell’universo unendo il linguaggio della Bibbia con quello della scienza: senza contrasto, perché per il poeta tutto fa parte del progetto divino della creazione. Verso la fine del brano, troviamo anche citato il grande poeta cileno Pablo Neruda, con una delle sue più celebri e struggenti poesie d’amore: una citazione laica, ma anch’essa in linea con i passi biblici che don Sergio ha scelto per quest’ingresso nell’estate.

[…]

Nascevano, crescevano e morivano le stelle.

E la galassia andava acquistando forma di fiore

come oggi la vediamo nella notte stellata.

La nostra carne e le nostre ossa vengono da altre stelle

e anche forse da altre galassie,

siamo universali,

e dopo la morte contribuiremo a formare altre stelle

e altre galassie.

Di stelle siamo fatti e alle stelle torneremo.

Treno più acuto man mano che si avvicina.

E gli oggetti celesti più azzurri nell’avvicinarsi

e più rossi nell’allontanarsi.

Perché è nera la notte…

È nera a causa dell’espansione dell’universo.

Altrimenti tutto il cielo brillerebbe come il sole.

E non ci sarebbe nessuno per vedere quella notte.

E le galassie verso dove muovono?

In espansione come il fumo che il vento disperde.

La seconda legge della termodinamica:

Questo costante fluire della luce verso le tenebre.

Dell’amore verso l’oblio.

Lui aveva 20 anni, lei 15 o circa 16.

Illuminazione nelle strade e nel cielo. Il cielo

quello di Granada.

Fu l’ultimo addio,

e fu allora che lui declamò Neruda per lei:

«… i versi più tristi questa notte».

«La notte è stellata

e tremano azzurri gli astri in lontananza».

Due esseri si separarono per sempre.

Non ci fu nessun testimone di quell’addio.

Le due direzioni sempre più divaricate

come stelle che si muovono verso il rosso .

Ho pensato a te, di nuovo, perché la notte è stellata

e vedo tremare gli astri lassù in quella luce azzurra.

(Cantica 4 – “Espansione”, traduzione dallo spagnolo di Martha Canfield, in E. Cardenal, “Nicaragua mondo universo. Antologia poetica”, a cura di Canfield e Ciabatti, Le Lettere, Firenze 2009)

L’autore. Ernesto Cardenal è una straordinaria figura di poeta, sacerdote, teologo, artista e uomo politico del Nicaragua. Nella sua esistenza coesistono arte e fede, preghiera e battaglia. Nato nel 1925 in una ricca famiglia di Granada, grande città portuale nicaraguense, seguì studi umanistici in Messico e Stati Uniti, e fino al 1950 viaggiò per vari paesi d’Europa. Tornato in patria e ordinato sacerdote nel 1965, fondò assieme ad altri confratelli la comunità di contemplazione e lavoro di Solentiname, poi spazzata via dalle rappresaglie ordinate dal dittatore Somoza in risposta all’opposizione al suo regime. Anche Cardenal partecipò alla guerriglia, quindi, nel nuovo governo di ispirazione marxista guidato da Daniel Ortega, ricoprì l’incarico di ministro della cultura. A seguito della sua permanenza in politica, e per una generale preoccupazione del Vaticano per la diffusione della cosiddetta Teologia della Liberazione, Cardenal nel 1985 fu sospeso dal sacerdozio. Una vita contrastata dalla storia, quella di Cardenal, ma sempre accompagnata dalla poesia, in cui lo scrittore raccoglie materiali eterogenei, che vanno dalle sacre scritture alla scienza, fino ai linguaggi della pubblicità.

 
 
10 Giugno 2018
maria rosa tabellini partini
 
 Commento a: Liturgia Domenica 10 Giugno

San Paolo e Seneca in sintonia

Che Paolo di Tarso e il filosofo Seneca abbiano avuto notizia l’uno dell’altro è verisimile ma non documentabile: erano coevi, e si trovarono a Roma negli stessi anni. Inoltre, si possono riscontrare elementi analoghi nei loro scritti: analogie a tal punto suggestive, che fin dall’antichità circolò un carteggio attribuito ai due intellettuali, ma assai probabilmente apocrifo (per quanto ancora adesso ci siano degli irriducibili sostenitori dell’autenticità di alcune lettere tra Seneca e Paolo).

Senza entrare in dispute filologiche, mi limito qui a riportare un brano di Seneca che ben si confà al passo della seconda lettera ai Corinzi che costituiva la seconda lettura della liturgia di domenica 10 giugno:

«se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (Ad Cor. 4, 16)

Don Sergio, rivolgendosi ai “settantenni” presenti alla messa di stamani, ha voluto smorzare l’effetto deprimente di quel «disfacendo», effetto peraltro – a nostra consolazione – più presente nella traduzione italiana che non nel greco “diaphtheíretai”, che può voler dire anche solo “si altera” (il che suona meno letale). Io vi aggiungo, a sostegno e augurio, un brano di una Epistola ad Lucilium.

Seneca, dopo essersi lamentato della propria età avanzata (anzi, della propria “decrepitezza”), aggiunge immediatamente una distinzione tra l’ineludibile declino del fisico e l’energia dell’animo, arrivando quindi a rivalutare pienamente l’età avanzata. Ecco il passo in latino e in traduzione.

«Gratias tamen mihi apud te ago: non sentio in animo aetatis iniuriam, cum sentiam in corpore. Tantum vitia et vitiorum ministeria senuerunt: viget animus et gaudet non multum sibi esse cum corpore; magnam partem oneris sui posuit. Exsultat et mihi facit controversiam de senectute: hunc ait esse florem suum». (Seneca, Ep. Luc. XXVI).

«Tuttavia non ti nascondo di essere grato a me stesso: sento che la lunga età mi ha arrecato danno al corpo, ma non nell’animo. Soltanto invecchiarono i vizi e i loro addetti: l’animo è valido e si compiace di avere scarse relazioni col corpo; esso ha deposto gran parte del suo peso. È pieno di gioia e discute con me della vecchiezza affermando che quest’età costituisce per lui il fiore della vita. Prestiamogli fede: goda pure del suo bene». (Trad. di U. Boella, Lettere a Lucilio, Torino 1969).

 

3 GIUGNO 2018

maria rosa tabellini partini
 

“Il Signore ha nutrito il suo popolo / con fior di frumento” (Sal 81,17)

Una postilla alla liturgia di domenica 3 giugno

L’incipit dell’antifona d’ingresso della liturgia di domenica 3 giugno ci riporta alle radici della nostra storia.

Fin dagli inizi della letteratura occidentale il pane è associato alla nozione di civiltà. Già in Omero “mangiatori di pane” è sinonimo di “uomini”. Quando Odisseo racconta il suo incontro con il ciclope Polifemo, lo descrive come un gigante mostruoso che non assomigliava a un “mangiatore di pane” (“sitophàgos”, Odissea IX, 191): infatti si nutriva del latte del suo gregge e divorò i compagni di Odisseo!

Il pane è allo stesso tempo una cosa umile e sublime, materiale e spirituale (panem nostrum cotidianum da nobis hodie…).

Tra le innumerevoli testimonianze della presenza del pane in letteratura, molte si caricano di valenze simboliche: una celebre, ad esempio, è costituita dal pane del perdono, che il manzoniano padre Cristoforo custodisce nella sua bisaccia di cappuccino.

Ne scelgo invece una un po’ anomala, perché del tutto laica e senza implicazioni metaforiche, ma ugualmente significativa. Si tratta di una breve poesia in prosa del francese Francis Ponge (1899-1988), un poeta che mette in evidenza l’essenza delle cose materiali, senza incrostazioni affettive, e ci conduce a scoprire in esse una vitalità assoluta.

Il pane

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.

Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.

Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…

Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

(da Francis Ponge, Il partito preso delle cose, 1942, traduzione di Jacqueline Risset)

 

 Maggio 2018 

 Commento a: LITURGIA 20 MAGGIO – PENTECOSTE
maria rosa tabellini partini

A commento della festa liturgica della Pentecoste, la scelta canonica dovrebbe cadere su “La Pentecoste” di Alesandro Manzoni: un “Inno sacro” dal grande respiro religioso, che porta però sulle spalle il fardello del ricordo di studi liceali non sempre invitanti. Scelgo invece questa breve poesia di Mario Novaro, un autore non ufficiale, poco noto anche ai suoi tempi, che traccia un paesaggio essenziale, metafisico, nel nome sacro della Pentecoste.

Pentecoste

Pentecoste

campane del pomeriggio

lucido verde al sole

turchino di mare con sparse vele

nuvole chiare

delle selve d’ulivi respiro mite

e le campane

con tocchi chiari blandi

oh come tutto sarebbe felice

se potesse vanire

nel blando suono

delle campane.

(Mario Novaro, da “Murmuri ed echi”, 1912, nuova ed. 1919)

Mario Novaro (Diano Marina, Imperia, 1868 – Oneglia, Imperia 1944) è stato uno dei poeti che si sono ispirati all’aspro paesaggio ligure, derivandone un linguaggio scabro, essenziale, come di pietra corrosa dal mare: è lo stesso paesaggio di cui si farà interprete Eugenio Montale.

 
 
Commento a: 4 Maggio 2018 MALI – Samé : realizzazione di un pozzo artesiano profondo mt. 51,00. L’Associazione “a riveder le stelle…
maria rosa tabellini partini
 

Un aiuto concreto e ben gradito, quello che Don Sergio ha inviato: e tuttavia evoca una serie di significati metaforici che oltrepassano il limite fisico. L’acqua è infatti un bene prezioso per tutti i viventi, e anche una realtà che assume profondo valore simbolico fin dalle culture più antiche.

Ecco qui di seguito due variazioni sul tema dell’acqua, assai distanti nel tempo e nella dislocazione geografica. Per Francesco d’Assisi l’acqua è la creatura “sorella”, evocata nelle sue qualità positive, che si fa strumento di lode al Creatore; nella poesia di Borges, ambientata in una Buenos Aires del tempo perduto, l’acqua è associata all’immagine circolare del “pozzo” che racchiude in sé qualcosa di arcano e intrinsecamente poetico.

Francesco d’Assisi

[…]

Laudato si’ mi’ Signore, per sor’acqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

[…]

(“Laudes creaturarum”)

***

Jorge Luis Borges

IL SUD

Da un tuo cortile aver guardato

le antiche stelle,

dalla panchina in ombra aver guardato

quelle luci disperse

che non so ancora chiamare per nome

né ordinare in costellazioni,

aver sentito il cerchio d’acqua

nel segreto pozzo,

l’odore del gelsomino e della madreselva,

il silenzioso uccello addormentato,

la volta dell’androne, l’umido

– forse son queste cose la poesia.

(da “Fervore di Buenos Aires”,1923, traduzione di Tommaso Scarano)

 
La “vite vera”: una riflessione a margine del vangelo di domenica 29 aprile. Il passo giovanneo nella liturgia di domenica 29 aprile riporta l’immagine familiare della vite: una pianta coltivata da sempre in Palestina, così come da noi in Toscana, e in tante altre parti d’Italia e del mondo. Pur essendo diversi i panorami, e distanti le epoche storiche, la coltivazione della vite porta in sé un misto di fatica e di bellezza: o, per dir meglio, la vigna è l’immagine della bellezza rigogliosa e tuttavia composta e ordinata, ottenuta per mezzo della fatica e del sacrificio. Come ha scritto Enzo Bianchi, a commento del passo di Giovanni 15, 1-8 (www.monasterodibose.it): «La potatura tanto necessaria è pur sempre un’operazione dolorosa per la vite, e molti tralci sono tagliati e gettati fuori della vigna, si seccano e sono destinati al fuoco…» Non stupisce, quindi, che viti e vigneti siano presenti in letteratura a partire dai tempi di Omero e dei lirici greci fino ai nostri giorni. Un panorama particolare di vigneti che formano un disegno geometrico a perdita d’occhio è quello delle Langhe, che ha ispirato tanti passi di Cesare Pavese, fino a divenire un paesaggio mitico nella produzione dello scrittore. Ne riporto qui un breve passo, tratto dal romanzo La luna e i falò, dove la vite, pur senza mostrare alcun legame con la parola evangelica, sembra possedere una intima sacralità: «Invece traversai Belbo, sulla passerella, e mentre andavo rimuginavo che non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore. Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo». (Da Cesare Pavese, La luna e i falò, cap. XIX, Torino, Einaudi, 1980)

Maria Rosa Partini
 
 24 Aprile 2018

Il nostro invito alla Prof. Maria Rosa ad iscriversi “…a riveder le stelle Onlus per l’Africa”

Caro Don Sergio,

apprezzo incondizionatamente l’iniziativa per l’Africa che è stata portata avanti in tutti questi anni, e intendo le ragioni che hanno indotto a dar vita a una associazione (la quale, tra l’altro, si fregia di una denominazione dantesca per me molto significativa) volta ad allargarne i confini oltre i limiti della Parrocchia. Continuerò a sostenerne i progetti e pure a diffonderne il valore e l’assoluta affidabilità, ma – mi si perdoni – una mia innata idiosincrasia per le associazioni in genere mi trattiene dall’iscrivermi in modo – per così dire – ufficiale.

Anche l’attività che da tempo svolgo nel carcere di san Gimignano è avulsa da qualsivoglia associazione: siamo solo un gruppo di persone accomunate dall’appartenenza a vario titolo alla Facoltà di lettere, che si recano periodicamente, talvolta alla spicciolata, a incontrare altre persone che le scelte o i casi della vita hanno portato a una condizione di detenzione, spesso definitiva (“fine pena mai”…), ma che non per questo sono (o devono considerarsi) chiuse alle esperienze dell’immaginazione, della lettura e della scrittura. Perché, di fatto, sono queste appunto le mie competenze, questi i “talenti” che ho avuto in consegna affinché li facessi fruttare.

Ho letto l’ordine del giorno dell’assemblea indetta per il 29 aprile: io non mi intendo di conti, non ambisco a ruoli, pianifico con difficoltà i miei svariati impegni, e nemmeno – ahimè – sono stata contagiata dal mal d’Africa, non essendomi mai recata in quei luoghi che pure credo affascinanti. Ricordo con quale affetto me ne parlava padre Corrado, quando, ad ogni nuovo inizio scolastico, tornava portandone ancora negli occhi la luce di un cielo che immagino di una intensità a noi “europei” sconosciuta, e nelle parole il sentore della vastità degli spazi. Sì, dico di padre Corrado Trivelli, appunto, che il destino ha voluto terminasse la sua vita terrena proprio in Africa, in quell’incredibile e tragico incidente: in una terra così lontana per noi, così intima per lui.

Resto disponibile, certo, a un sostegno dell’associazione “dall’esterno” (chiedo venia per l’espressione abusata che oggi sa di trattativa parlamentare, ma non ne trovo di più adatte), se mai potrà essere di qualche utilità; ma il mio campo è quello della letteratura e, in misura minore, dell’arte: tant’è che non escludo di inviare sul sito qualche altro contributo letterario a commento degli articoli, o della liturgia. Anzi – se fa piacere, se non ingombra – potrei farlo più spesso. Questo so fare; e ci sono tante poesie, tanti passi di prosa che, seppur in un contesto prettamente laico, rivelano il sigillo dello spirito…

Grazie a Don Sergio della stima, in ogni caso. Sono certa che il mio ritrarmi all’invito non verrà inteso come un rifiuto, bensì come la corretta valutazione delle mie capacità e attitudini.

E grazie a Dio che ci ha dato Don Sergio.

Maria Rosa T.

 

Ripristinate le campane

maria rosa tabellini partini

Maria Rosa Partini

GIOVANNI PASCOLI – L’ORA DI BARGA

Al mio cantuccio, donde non sento

se non le reste brusir del grano,

il suon dell’ore viene col vento

dal non veduto borgo montano:

suono che uguale, che blando cade,

come una voce che persuade.

Tu dici, È l’ora, tu dici, È tardi,

voce che cadi blanda dal cielo.

Ma un poco ancora lascia che guardi

l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,

cose ch’han molti secoli o un anno

o un’ora, e quelle nubi che vanno.

Lasciami immoto qui rimanere

fra tanto moto d’ale e di fronde;

e udire il gallo che da un podere

chiama, e da un altro l’altro risponde,

e, quando altrove l’anima è fissa,

gli strilli d’una cincia che rissa.

E suona ancora l’ora, e mi manda

prima un suo grido di meraviglia

tinnulo, e quindi con la sua blanda

voce di prima parla e consiglia,

e grave grave grave m’incuora:

mi dice, È tardi; mi dice, È l’ora.

Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,

voce che cadi blanda dal cielo!

Ma bello è questo poco di giorno

che mi traluce come da un velo!

Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi;

ma un poco ancora lascia che guardi.

Lascia che guardi dentro il mio cuore,

lascia ch’io viva del mio passato;

se c’è sul bronco sempre quel fiore,

s’io trovi un bacio che non ho dato!

Nel mio cantuccio d’ombra romita

lascia ch’io pianga su la mia vita!

E suona ancora l’ora, e mi squilla

due volte un grido quasi di cruccio,

e poi, tornata blanda e tranquilla,

mi persuade nel mio cantuccio:

è tardi! è l’ora! Sì, ritorniamo

dove son quelli ch’amano ed amo.

(da Canti di Castelvecchio, 1907)

 

E’ sempre una gioia avere suoi suggerimenti e contributi letterali che arricchiscono il sito e ci fanno sentire più vicini. Grazie Maria Rosa
 
LAVORI CHIESA FOTO TETTO
Grazie delle notizie costanti, che ci fanno sentire davvero uniti, e partecipi di un gregge che attende di tornare all’ovile. MRT
 
Buongiorno, purtroppo i tempi sono ancora lunghi, abbiamo trovato grossi problemi anche nella canonica ed occorrono fondi aggiuntivi, speriamo di avere un aiuto da Roma.